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A gennaio sul podio delle viral news sul web Bbc, Huffington Post e Guardian
La società americana NewsWhip, che si occupa di monitare la diffusione delle notizie dei media attraverso i social network, ha prodotto un’infografica per mettere in ordine le 25 fonti di informazione più condivise nel mese di gennaio 2012 tra quelle che hanno ricevuto almeno 100 menzioni su Facebook e su Twitter, elaborando poi due distinte classifiche che, combinandosi tra loro, hanno a loro volta originato la graduatoria finale delle fonti di viral news più rilevanti su Internet.
Alla fine, a spuntarla complessivamente, è stata la Bbc (prima nella classifica di Twitter e seconda in quella di Facebook), seguita dall’Huffington Post (quarto nella classifica di Twitter e primo in quella di Facebook) e dal Guardian (secondo nella classifica di Twitter e terzo in quella di Facebook).


Importante anche la precisazione contenuta in fondo all’infografica: il monitoraggio comprende soltanto fonti in lingua inglese, gratuite e non protette da paywall, escludendo in questo modo colossi dell’informazione globale come New York Times, Wall Street Journal e Financial Times.
La curiosità, invece, è data da come i tre soggetti editoriali hanno raggiunto il podio: mentre il terzo posto dell’inglese Guardian è stato possibile grazie a una diffusione pressoché simile delle sue storie su Twitter e su Facebook (rispettivamente 1149 e 1130 elementi condivisi) non si può dire lo stesso per le prime due piazze. L’Huffington Post, infatti, ha potuto contare molto sul supporto di Facebook (2267 storie a 895) mentre viceversa il successo della Bbc si è fondato principalmente sui tweet (2621 storie a 1361).
(infografica completa su The top 25 most viral news sources on Facebook and Twitter | NewsWhip Blog – analisi più approfondita su Il Giornalaio)
Buona la prima
La Stampa ha rinunciato alla prima pagina di giovedì 26 gennaio per lanciare l’iniziativa “Europa”, uno speciale di 16 pagine in collaborazione con alcuni dei principali quotidiani europei (lo spagnolo El Paìs, il francese Le Monde, il tedesco Suddeutsche Zeitung, il britannico The Guardian e la polacca Gazeta Wiborcza) per riflettere sullo stato attuale dell’Unione Europea, anticipato dall’intervista esclusiva con il premier tedesco Angela Merkel apparsa ieri sul quotidiano torinese.

Royal Wedding, doppia versione del sito del Guardian per “republicans” e “royalists”
Avevo promesso a me stesso che non avrei in alcun modo ceduto al fascino del royal wedding inglese tra il principe William e Kate Middleton. Se ero stato veramente tentato di segnalare la notizia della diretta Youtube dell’evento, salvo poi tornare poco dopo a più miti consigli, mi trovo però costretto a rompere comunque il proposito d’embargo di questo blog.
Il motivo? Tutta colpa del giornale inglese The Guardian, che proprio nel momento in cui tutto il mondo ha gli occhi puntati su Londra ha deciso di offrire un’alternativa a quella fetta dei suoi lettori per nulla interessati al matrimonio dell’anno. Sul sito web del quotidiano, infatti, c’è la possibilità di effettuare uno switch tramite il geniale link “republicans click here” e passare in un attimo alla versione depurata di qualsiasi informazione sulla cerimonia reale.

Passando alla versione alternativa wedding-free, naturalmente, anche il link si aggiorna in automatico diventando “royalists click here“, per tornare a visualizzare l’edizione tradizionale dello spazio web.

Julian Assange ad AgoraVox: i due più grandi giornali italiani rifiutarono i cables di Wikileaks
Agoravox, il sito di giornalismo partecipativo diretto da Francesco Piccinini, ha intervistato (ed è la prima volta per un mezzo di comunicazione italiano, guarda caso via web e non tradizionale) “Mr. Wikileaks” Julian Assange e, naturalmente, non si è fatto sfuggire l’occasione per fare al giornalista australiano qualche domanda specifica sul nostro paese.
Ne sono usciti almeno un paio di spunti interessanti sul panorama giornalistico italiano, e soprattutto la risposta alla domanda che un po’ tutti si sono fatti all’epoca della pubblicazione dei cables sui quotidiani di mezzo mondo: e l’Italia? I file diffusi da Wikileaks sono infatti stati rilanciati da diversi mezzi d’informazione: tra questi alcuni dei più importanti giornali del mondo, come dimostrano ad esempio le sezioni dedicate ai cosiddetti Iraq War Logs:
- Al Jazeera: The Secret Iraq Files
- Der Spiegel: Die Irak-Protokolle (in tedesco) e The Iraq War Logs (in inglese)
- Le Monde: Irak : l’horreur ordinaire révélée par Wikileaks
- The Guardian: Iraq: The War Logs
- The New York Times: The War Logs
eppure nulla è apparso, se non sotto forma di “semplici” articoli (che comunque riprendevano e citavano i materiali diffusi dai quotidiani stranieri), sui pur tanti giornali italiani che avrebbero potuto dimostrare maggior interesse. Assange, durante l’intervista, ha esposto la sua versione dei fatti.
Perché non hai mai dato i cables a giornali italiani?
“L’abbiamo fatto. Li abbiamo dati a un grande giornale, ma hanno deciso di non pubblicarli e di lavorarci su attraverso degli articoli”.A quale giornale li hai dati?
“Erano due. I due più grandi (non ci rivela i nomi, ndr). In precedenza avevamo anche lavorato con uno dei due, ma alla fine non ne hanno fatto nulla.
Assange non fa nomi, ma non è difficile immaginare che dietro a quella dicitura (“i due più grandi”) si alluda a Corriere della Sera e Repubblica. Sarebbe interessante, allora, chiedere ai loro direttori (Ferruccio De Bortoli ed Ezio Mauro) per quale motivo i cables furono rifiutati e si preferì andare ad attingere (in modalità “rincorsa”) a fonti per così dire “di seconda mano” pur essendo stati messi davanti all’opportunità di avere tutto il materiale a disposizione sulle rispettive scrivanie.
Tuttavia l’intervista di Mr. Wikileaks fornisce anche qualche altro spunto d’interesse sul giornalismo nostrano.
Cos’altro emerge sul nostro paese?
“Tra i cables ce ne sono molti che parlano della corruzione in Italia, delle grandi compagnie. Ne sono in arrivo molti sul vostro Paese. Soprattutto sull’Eni che è il grimaldello che l’Italia usa per entrare in vari paesi del mondo. Come per esempio in Kyrgyzstan dove c’è un forte legame basato sulla corruzione tra l’Eni e i politici locali. L’Eni è la vera grande azienda corrotta italiana”.Perché queste storie non escono sui nostri giornali?
“Il vero problema è che in Italia i grandi giornali non parlano delle storie di corruzione, soprattutto se riguardano le grandi compagnie. Nei cables sono uscite e usciranno molte cose che non useranno. Anche di interazioni delle grandi compagnie pubbliche, come l’Eni, con alcuni paesi stranieri. I giornali italiani si occupano di persone che sono già in carcere o sotto processo, ma non si occuperebbero mai di persone che non sono mai state indagate, anche se citate nei cables”.
Morte a Baghdad
Sarebbe potuta essere, nelle intenzioni, una delle potenziali uscite domenicali di Sunday Creativity, ma la delicatezza dell’argomento trattato mi ha fatto propendere per dedicargli un post a parte scollegato da ogni involontario sottinteso per evitare qualsiasi errata interpretazione: certo è che la mappa generata da Simon Rogers per il Datablog del Guardian è un’intuizione eccellente per offrire al lettore un colpo d’occhio di vero impatto sulla drammatica situazione irachena.
Lo spazio online dedicato all’elaborazione dei dati del quotidiano inglese, infatti, ha deciso di sfruttare l’enorme mole di dati (qui il set completo da scaricare) diffusi da Wikileaks (le migliaia di documenti del dossier Iraq war logs) per trasferire graficamente su una mappa di Google l’istantanea delle persone uccise nel paese mediorientale durante la guerra e dopo la fine del conflitto “ufficiale”.

Questo è uno scorcio della capitale Baghdad. L’immagine, se si pensa al suo significato, è piuttosto impressionante: quante volte abbiamo sentito al tg o letto sui giornali la frase “centinaia di morti” (o anche “migliaia di morti”) e abbiamo pensato sicuramente a un numero elevato, ma senza riuscire a focalizzare veramente la portata della tragedia?
Anche per questo motivo la mappa del Guardian è suggestiva: semplicemente guardando la concentrazione di puntini rossi ci si accorge più verosimilmente di altre volte dell’enorme quantità di vite umane andate perdute, e per una volta non si riesce a far distinzioni tra militari, civili o potenziali terroristi ma si tende a uniformare tutto al concetto – troppo spesso dimenticato – di persona.

