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Il Giornale vende la redazione di Genova, giornalisti proclamano 3 giorni di sciopero
Acque agitate dalle parti del Giornale: nel pomeriggio di giovedì 19 aprile l’assemblea di redazione del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti ha proclamato all’unanimità lo stato di agitazione annunciando un pacchetto di tre giorni di sciopero per protestare contro la decisione dell’editore – Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier – di vendere l’intera redazione di Genova, come se fosse un ramo d’azienda autonomo.

L’assemblea di redazione, inoltre, ha dato mandato al comitato di redazione (assistito dalla Fnsi, la Federazione nazionale della stampa italiana) di agire in tutte le sedi competenti, da quelle giudiziarie fino all’Ordine dei giornalisti, “al fine di imporre il rispetto delle normative vigenti, del contratto nazionale, della Carta dei doveri e degli accordi sottoscritti”.
Un po’ di ordine nell’Ordine dei giornalisti
Quanti sono gli iscritti all’Ordine dei giornalisti? E di questi, quanti sono pubblicisti e quanti professionisti, quanti praticanti, quanti stranieri? Quanti di loro sono assunti con contratto giornalistico? Che età hanno? Che stipendio percepiscono in base alla loro collocazione professionale? Come sono gestite le pensioni dell’Inpgi, l’istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani? A tutte queste domande ha provato a dare una risposta un’infografica del quotidiano online Linkiesta che ha esplorato – grazie a Carlo Manzo e Paolo Stefanini e con la collaborazione di Christiana Antoniou – gli aspetti più interessanti dell’Ordine dei giornalisti.






(tutto il resto su Linkiesta)
Riforma Ordine dei giornalisti: laurea triennale per diventare pro, cultura generale e deontologia per i pubblicisti
La Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità, con la sola astensione del deputato del Pdl Renato Farina (l’ex agente Betulla, radiato dall’Odg quando era vicedirettore di Libero - sentenza poi annullata dalla terza sezione civile della Cassazione – per aver collaborato con i servizi segreti italiani fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di soldi), la proposta di riforma dell’Ordine dei giornalisti avanzata dall’esponente dell’Api Pino Pisicchio per modificare alcuni aspetti dell’Ordine a quasi cinquant’anni dal varo della cosiddetta “legge Gonella” che lo istituì il 3 febbraio del 1963, più di 17mila giorni fa.
L’ammodernamento dell’organismo giornalistico, provvedimento che dovrà ora passare dal vaglio del Senato, se passasse nella sua formulazione attuale (o con modifiche non sostanziali) prevederebbe lo snellimento del Consiglio Nazionale, massimo organo dell’Ordine, con una decisa riduzione del numero dei suoi componenti che passerebbero dagli attuali 150 agli ipotizzati 90 membri nel rapporto di due a uno tra giornalisti professionisti e pubblicisti.
Regole più definite anche per i nuovi ingressi: le modifiche principali riguardano le modalità di accesso alla professione, che prevederanno la possibilità di diventare giornalisti professionisti soltanto attraverso il requisito del conseguimento di almeno una laurea triennale e di accedere all’albo dei pubblicisti attraverso un esame obbligatorio di cultura generale che comprenda anche nozioni sui principi fondanti della deontologia professionale.
Cancellata dalla proposta, invece, l’invocata Commissione deontologica nazionale alla quale poter ricorrere contro le decisioni in materia disciplinare prese dai consigli regionali, che a meno di ribaltoni del secondo ramo del Parlamento rimarranno i giudici ultimi del destino dei professionisti dell’Ordine in caso di controversie. Niente da fare, poi, nemmeno per quanto riguarda la possibile creazione della figura del Giurì per la correttezza dell’informazione e per la tutela di soggetti terzi, che nelle intenzioni di una parte della Commissione Cultura avrebbe dovuto occuparsi del meccanismo di conciliazione tra le parti per evitare il ricorso al giudizio civile o penale.
Libero non strilla più (almeno in prima pagina)
In attesa del fatidico giovedì 3 marzo, quando scadrà la sospensione di 3 mesi dall’esercizio della professione inflitta a Vittorio Feltri dall’Ordine dei Giornalisti per la vicenda Boffo (risalente a quando il giornalista era ancora direttore de Il Giornale) e la sua graffiante penna potrà tornare a solcare la carta per ricomporre l’esplosiva coppia di firme assieme a Maurizio Belpietro, a Libero qualcosa sta già cambiando. Almeno in prima pagina.
(in alto a sinistra: edizione di domenica 20 febbraio; in alto a destra: edizione di martedì 22 febbraio; in basso a sinistra: edizione di mercoledì 23 febbraio; in basso a destra: edizione di giovedì 2 febbraio)
Da mercoledì 23 febbraio, infatti, il titolo di apertura dell’edizione cartacea non presenta più il classico formato maiuscolo dei caratteri (che rimane invariato, invece, nell’occhiello) a favore di uno stile ‘minuscolo’ più sobrio e moderato. Che sia una prima mossa per iniziare a distinguersi dagli oramai “rivali” de Il Giornale, almeno per quanto riguarda l’aspetto grafico? I cultori dei titolisti di via Majno, però, possono dormire sonni tranquilli: il colpo d’occhio, se non altro dal punto di vista delle scelte linguistico-lessicali, rimane comunque di forte impatto.
Feltri, Sallusti, Belpietro, il premier e Il Fatto: il weekend di follia del giornalismo italiano
Oggi è lunedì 10 gennaio e ben due dei tre giornali protagonisti della querelle non escono in edicola per la tradizionale chiusura settimanale, ma nei giorni precedenti Libero, Il Giornale e Il Fatto Quotidiano hanno dato vita a un vero e proprio cortocircuito mediatico intrecciando impropriamente personalismi, vendette trasversali e politica. Vediamo di ripercorrerne la cronologia degli eventi, da tenere a memoria come caso di studio di come un certo tipo di giornalismo senza idee stia tentanto di mascherare sempre peggio la sua povertà di contenuti e innovazione radicalizzandosi in posizioni contrapposte, a scapito delle vere notizie (e dei lettori, ca va sans dire).

L’antefatto: il giornalista Vittorio Feltri, nuovo direttore editoriale del quotidiano Libero e tra i sostenitori più in vista del Presidente del Consiglio, in un incontro pubblico tenutosi a Cortina d’Ampezzo (moderato da Marino Bartoletti e alla presenza dell’editore Giampaolo Angelucci), ha sostenuto – in maniera per altro scherzosa, in un contesto piuttosto informale come l’appuntamento di “Cortina Incontra” – che lo stesso Berlusconi non avrebbe chanche per aspirare alla poltrona di prossimo presidente della Repubblica e addirittura nemmeno per ricandidarsi a premier, nel caso l’Italia dovesse andare a elezioni anticipate, per via della zavorra rappresentata dai ben noti recenti scandali a base di escort che hanno visto coinvolto il premier.
Opinione che si può trovare in versione integrale sul canale Youtube di Libero, ribadita il giorno seguente – sabato 8 gennaio – in un pezzo in prima pagina su Libero, un’intervista dello stesso Marino Bartoletti a Feltri dal titolo “Che cosa penso del Cav, di Ciampi e pure di Mou…”.

Apriti cielo! L’attuale direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, non si è fatto scappare l’occasione per attaccare frontalmente il suo ex capo (diventato nel frattempo prima numero due della testata di via Negri, da quando era nell’aria la possibile sospensione di Feltri per la vicenda-Boffo, e quindi passato al vertice del foglio rivale assieme a Belpietro) e ha deciso di titolare in prima pagina – nell’edizione dello stesso sabato 8 gennaio – “Napolitano (e Feltri) cambiano bandiera”, un aspro e provocatorio editoriale per svilire, agli occhi dei lettori di centrodestra, una delle penne più affilate del berlusconismo del vecchio e nuovo secolo e rimarcare invece la propria fedeltà alla linea editoriale tanto cara al governo.

A cambiare bandiera è anche Vittorio Feltri – scrive Sallusti – Il giornalista, fino a ieri tra i più autorevoli sostenitori del premier, in un incontro pubblico a Cortina ha detto che Silvio Berlusconi non ha i numeri per candidarsi a capo dello Stato e che sarebbe addirittura meglio che non si ricandidasse neppure a premier. Fini, Bocchino e Di Pietro possono contare su un nuovo alleato?
La reazione della controparte, in effetti, non si è fatta attendere che poche ore. Prima con unvideo, registrato in fretta e furia nella redazione di Libero dalla nuova coppia di direttori: nel filmato, diffuso tramite Youtube sul canale del quotidiano, il giornalista tirato in causa dal suo ex vice non le manda certo a dire, ribadendo i concetti chiave del Feltri-pensiero su Sallusti. “Io sono convinto – dice Feltri nel breve spezzone – che Sallusti in questi giorni abbia perso la testa, come tutti quelli che ne hanno poca“, ma anche “[...] basta questo per capire come Il Giornale si sia ridotto a creare dei falsi, e in questo caso io ne sono vittima”. Senti chi parla, verrebbe da dire ricordando la vicenda che portò alla condanna di Feltri a tre mesi di sospensione da parte dell’Ordine dei giornalisti, ma proseguiamo con la mera cronaca degli eventi
Il giorno seguente, domenica 9 gennaio, come preannunciato nel video Libero esce in edicola con un’altra intervista da prima pagina al suo direttore editoriale, questa volta decisamente più “vistosa” (anche a livello strettamente ‘grafico’). Il titolo? “Feltri: la verità su Silvio”, che ripercorre anche la polemica del giorno precedente.

Tutto finito? Macché! Nelle stesse ore in edicola spunta l’edizione domenicale de Il Giornale, e ancora una volta Sallusti decide di sparare a zero sull’ex compagno di quotidiano. “Libero depura il Feltri anti-Cav”, accusa dalle colonne di prima pagina della testata che ora dirige, alludendo a presunte ‘censure’ operate dagli ormai rivali editoriali nel riportare le frasi di Feltri estrapolate dall’appuntamento di Cortina Incontra.

A quel punto, nella polemica, si inserisce addirittura Il Fatto Quotidiano, che nell’edizione di domenica 9 gennaio sbatte la foto di Feltri in prima pagina (una composizione a base di Photoshop con il simbolo comunista sullo sfondo) titolando provocatoriamente “Il compagno Feltri” e lanciando un avvertimento al giornalista di Libero: “Ora si prepari al metodo Boffo”.

Una sorta di “chi la fa, l’aspetti”, insomma, che a questo punto della partita non appare più neanche tanto improbabile come un tempo, quando le due testate ascrivibili all’area politica del centrodestra – Libero e Il Giornale, appunto – facevano fronte comune attaccando a testa bassa ogni voce fuori dal coro pur di decantare le lodi di Berlusconi e del suo governo.
Ora qualcosa appare essersi rotto nel giochino mediatico: Feltri ha imboccato la difficile strada del tentare di convincere tutti (i detrattori ma soprattutto i suoi ex lettori) circa la sua nuova veste di imparzialità, un nuovo battesimo del fuoco per dimostrare di essere davvero “Libero” come evoca il nome del foglio che andrà a dirigere; dall’altra parte Sallusti sta cogliendo al volo ogni opportunità per mettere in cattiva luce l’odiato ex direttore e prendersi finalmente la sua personalissima rivincita, frutto probabilmente dei tanti dissidi interni covati nel segreto della vicepresidenza ed esplosi di botto negli ultimi mesi di convivenza forzata all’interno della redazione del quotidiano di via Negri.
Come una partita a scacchi, allora, si attende adesso solo la prossima mossa di uno dei due contendenti, mentre tutta l’Italia assiste da attonita spettatrice all’indegno spettacolo del ribaltamento di ogni tradizionale fattore di notiziabilità: sparite le inchieste, gli scoop e i reportage da qualsiasi testata nazionale, infatti, le notizie vengono ormai relegate alle pagine interne, mentre le copertine dei giornali (quelle che offrono al lettore il primo impatto sui contenuti) sono piene di autoreferenzialità.
Altro che cani da guardia della democrazia! Giornalisti e direttori, sempre più assurti al rango di star dell’attualità (per lo più politica), diventano loro stessi la notizia del giorno privando i lettori di un’informazione puntuale, imparziale, completa. Fino a quando questi ultimi saranno disposti a sopportare questo incredibile rovesciamento dei ruoli?
I “furbetti del Giornalino” #2: per aggirare la sospensione Feltri in prima pagina con una lettera
Vittorio Feltri, nonostante sia recentemente passato da direttore editoriale de Il Giornale ad analogo incarico a Libero, ricreando la strana coppia con Maurizio Belpietro, non perde il gusto di aggirare le regole e, incurante del provvedimento che gli è stato inflitto alcune settimane fa dall’Ordine dei Giornalisti in seguito all’ormai celebre “caso Boffo” (3 mesi di sospensione dalla professione giornalistica fino al 3 marzo 2011) non finisce di stupire.
In attesa di vederlo al timone del duopolio delle meraviglie del giornalismo di centrodestra, e dopo averlo già ammirato all’opera in un clamoroso workaround per sbeffeggiare la sanzione ricevuta (mercoledì 15 dicembre, all’indomani del voto di fiducia alla Camera, Il Giornale ha infatti pubblicato in prima pagina una maxi intervista a Feltri a firma di Valeria Braghieri, praticamente un editoriale camuffato da colloquio), nell’edizione di mercoledì 22 dicembre abbiamo assistito al colpo di coda finale della direzione Feltri: ancora in prima pagina, come si conviene al padre-padrone del quotidiano di via Negri, ma questa volta con una lettera di commiato indirizzata ai lettori.

L’ultimo stratagemma, insomma, per scavalcare le disposizioni di quello che Feltri definisce “un bavaglio” alla sua attività; l’ultimo trucco da stregone del giornalismo, almeno per quanto riguarda la sua permanenza al comando della testata milanese, per far sentire la propria voce pur senza incorrere – o almeno questo è quel che si augura il neo-Liberista – negli strali dell’Ordine dei giornalisti.
Ora che me ne vado del tutto, mi sembra opportuno spiegare ai lettori perché ho preso simile decisione. Primo. Non lascio per la seconda volta questa gloriosa testata per motivi polemici. Anzi. Sono grato a coloro che mi hanno seguito con entusiasmo, e a te, in particolare, per l’aiuto fondamentale che mi hai dato in sedici mesi di lavoro allo scopo di rilanciare il nostro quotidiano. Secondo. Il problema è che la sanzione disciplinare (a mio avviso ingiusta) mi vieta di esercitare la professione fino al 2 marzo 2011. Che faccio intanto? Poiché desidero non essere un peso per la redazione e per l’azienda, né mi piace stare con le mani in mano, cambio mestiere: mentre sconto la «pena» (il bavaglio) che mi impedisce di scrivere articoli, faccio l’editore. Poiché non posso farlo qui, dato che ce n’è già uno, e molto valido, mi trasferisco a Libero , di dove sono venuto, che mi ha offerto la possibilità di cimentarmi nel ruolo, appunto, di editore (oltre che di direttore editoriale) accanto a Maurizio Belpietro. Sono certo che i lettori e tu comprenderete le ragioni della scelta. Non si tratta di diserzione né di disaffezione verso il Giornale.
La strana coppia: Feltri lascia Il Giornale e apre la strada al duumvirato con Belpietro a Libero
Vittorio Feltri lascia Il Giornale per tornare a Libero: è questa la clamorosa notizia che – dopo le anticipazioni del Fatto Quotidiano – si è sparsa nella giornata di venerdì. Nei piani dell’ex direttore del foglio berlusconiano (nel senso del fratello Paolo) c’è la volontà di formare un nuovo duumvirato con Maurizio Belpietro tornando alla testata che lo stesso Feltri fondò 10 anni fa, nel 2000. Questa volta, però, non solo da direttore ma da azionista: sia Feltri che Belpietro, infatti, hanno rilevato una quota della società Editoriale Libero Srl di circa il 10% ciascuno, affiancandosi dunque nel cda alla famiglia Angelucci, già proprietaria del quotidiano milanese e de Il Riformista.

Per i due giornalisti, spesso al centro dell’attenzione per uno stile di direzione piuttosto aggressivo e senza mezze misure, pur avendo già lavorato insieme circa 15 anni fa, è un’avventura inedita a questo livello: nella spartizione dei ruoli si lavora all’idea di una co-gestione che vedrebbe Feltri – una volta smaltita la sanzione di 3 mesi di sospensione inflittagli dall’Ordine dei giornalisti – come direttore editoriale (la stessa carica ricoperta negli ultimi mesi al Giornale) e Belpietro mantenere l’attuale ruolo di direttore responsabile. Il fine ultimo, però, sarà quello di conquistare pian piano la gestione completa del quotidiano, anche per quanto riguarda la proprietà.
La curiosità per l’esperimento è indubbiamente alta, sia per i contenuti giornalistici sia per la linea editoriale adottata. Il potenziale della coppia è molto elevato: nella memoria dei lettori non sono ancora sbiaditi i ricordi del caso Boffo e del martellamento mediatico su Gianfranco Fini all’indomani della rottura con il Pdl del premier Silvio Berlusconi. La convivenza avrà inizio con l’edizione di Libero di martedì 21 dicembre: si prospetta un Natale incandescente.

