Archive for the ‘Firefox’ tag
Con Google un’immagine vale davvero più di mille parole
Ricerche su Google attraverso le immagini: è questa la straordinaria promessa di Search by Images, la nuova funzione del motore di ricerca di Mountain View traslata direttamente dalle opzioni già presenti sui telefonini Android in Google Goggles. Inserendo una foto nell’interfaccia di ricerca Google restituirà tutte le informazioni associate a quell’immagine.

Ci sono tre modi per effettuare ricerche attraverso le immagini: con un trascinamento, ovvero tramite un semplice drag&drop del file dal web o dal proprio computer nel campo di ricerca su images.google.it; con un caricamento, grazie all’upload di un’immagine dall’hard disk del proprio pc con un clic sull’icona a forma di macchina fotografica e selezionando successivamente l’opzione “Carica un’immagine”, con un copia&incolla da web, dando in pasto all’algoritmo di Google l’url (reperibile con un “clic destro” sul file) di una risorsa scovata su Internet tramite l’icona della macchina fotografica e selezionando successivamente l’opzione ”Incolla Url immagine”.
Per ricerche ancora più veloci, inoltre, è possibile scaricare l’estensione di Chrome o quella di Firefox. Una volta installata, sarà sufficiente cliccare con il pulsante destro del mouse su un’immagine per avviare la ricerca su Google.
Per insidiare il dominio di Google, Yahoo Search ha fatto Bing!
I tentativi di ribaltamento delle gerarchie sono in atto da anni, ma finora hanno tutti miseramente fallito: la supremazia di Google nel settore dei motori di ricerca non è mai stata in discussione ed è tuttora riconosciuta a livello globale, come dimostra anche una recente infografica di Focus.com che stima la quota della sola Google Search al 65,1% contro il 34,9% di tutti gli altri concorrenti.

I motivi del predominio del prodotto di Mountain View sono tanti, e tra questi si potrebbero citare l’accuratezza dei risultati, la pulizia con la quale questi ultimi vengono presentati all’utente, la velocità e la semplicità, la possibilità di attivare la funzione di ricerca con più modalità (dal sito di Google, dalla barra in alto a destra su Firefox, tramite la smart bar di Chrome, installando le numerose estensioni dedicate per i vari browser in commercio), correndo senz’altro però il rischio di dimenticarne qualcuno d’importante.
Il valore aggiunto di Google, però, beneficia anche di altri macrofattori: le grandi dimensioni dell’azienda, che permette di poter disporre di un vasto parco server sul quale appoggiare le poderose performance del servizio; la dinamicità e il trend di costante evoluzione dell’azienda, frutto di cambiamenti e sperimentazioni continue negli anni (pur non sempre in linea con gli umori del popolo di Internet, va detto); ma soprattutto l’accumulo di servizi accessori di qualità (e nella maggior parte dei casi gratuiti) che si sono imposti sempre più all’attenzione della grande massa di internauti per il loro oggettivo valore, e che nel delineare nuove modalità di fruizione dei contenuti sul web hanno allo stesso tempo dragato – più o meno consapevolmente – pian piano nuovi utenti verso il motore di ricerca di Google, affezionandoli via via non solo all’esperienza di un singolo strumento ma all’intero mondo digitale inventato dalla società di Brin e Page.
Davanti a questo colossale mix di efficienza e valorialità, dunque, è facile capire la difficoltà dei concorrenti, che anche se presenti da prima dell’avvento di Google si sono spesso visti spazzare via – o nei casi migliori enormemente ridimensionati – dalle novità del gigante americano, e in ogni caso costretti a correre dietro all’agenda setting imposta dalle novità della grande G.
Non stupisce allora più di tanto, soprattutto alla luce dei numerosi abboccamenti passati (veri o presunti) per creare il grande polo di opposizione a Google, l’annuncio di Yahoo che segnala come – sia sui sistemi desktop che mobile - la ricerca web, delle immagini e dei video sarà ora “subappaltata” al motore di ricerca Bing di Microsoft, inizialmente solo negli Stati Uniti e in Canada ma presto anche nelle diverse localizzazioni nazionali, tra le quali anche l’Italia.
La sfida di questo nuovo Yahoo powered by Bing sarà dunque proprio quella di scalfire lo strapotere di Google, ma lo potrà fare solo sull’unico terreno dove si può ancora giocare la partita della fiducia degli utenti, quello della qualità: non che dalle parti di Mountain View ne siano sprovvisti, anzi ne hanno senza dubbio in abbondanza, ma dimostrare di essere “migliori” (=più veloci, più rilevanti, più utili) è l’unica strada possibile da percorrere per testare l’opportunità di rientrare da protagonisti nel giro e accaparrarsi una fetta del mercato più consistente di quella attuale, con tutto ciò che ne consegue in termini di inserzionisti e pubblicità.
Amplify, il centro di smistamento degli “status update” passa anche dall’e-mail
In principio c’era la linearità della condivisione: un solo sito, per altro raggiungibile attraverso un solo dispositivo, un solo servizio di sharing, una singola modalità per accedere al pannello di produzione dei propri contenuti, solitamente interno al sito stesso.
Oggi lo scenario è cambiato completamente: se lo spazio web rimane univoco, infatti, si moltiplicano le possibilità di visualizzazione dei contenuti propri e altrui (tramite smartphone, tablet o e-book reader) e, sempre grazie agli stessi dispositivi, spuntano come funghi nuove opportunità di produzione e/o condivisione di testi, immagini, audio e video nelle più svariate forme.
Una rivoluzione che non si è ancora completata, perché se “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, è anche vero che da un numero elevato di profili e account deriva l’obbligo (quanto meno morale) di mantenere il più possibile costante nel tempo l’attività, per non rischiare di vederli agonizzare lentamente fino a morte certa. Con l’esplosione dei social network la nuova frontiera si sposta sempre più dall’unicità alla molteplicità, dalla dispersione all’accentramento: ed è così che Amplify, il servizio che con un solo clic permette di diffondere lo stesso elemento su un gran numero di servizi supportati (inclusi i più celebri: Twitter, Facebook, Google Buzz, FriendFeed, Tumblr, WordPress, Blogger, Posterous), ha deciso di aggiungere anche l’e-mail alle possibilità offerte per la condivisione dei contenuti.
Il post-by-email funziona così: dopo aver ottenuto il proprio indirizzo univoco, ricavabile all’url http://nomeutente.amplify.com/wp-admin/admin.php?page=clogs-easy-admin.php&eaoption=aep e riconducibile a una stringa del tipo codicealfanumerico @ nomeutente.amplify.com, sarà sufficiente inviare un messaggio di posta a tale indirizzo per innescare la catena di aggiornamenti a cascata su tutti i social network selezionati. L’oggetto della mail (vuoto nel caso di un update per servizi di microblogging, a meno che la mail non contenga immagini) sarà usato come titolo del contenuto da postare, mentre il corpo della mail costituirà il contenuto vero e proprio, comprese le foto incluse come allegati. Niente da fare, almeno allo stato attuale delle cose, per quanto riguarda i video.
Naturalmente non è necessario inviare l’aggiornamento in modo indistinto a tutti i social network supportati, ma si può effettuare una selezione. Se non specificato diversamente, Amplify procederà con l’autoposting su tutti i servizi sociali attivati sul proprio account: per evitare questa funzionalità basterà scrivere Autopost off nella prima linea del corpo del testo dell’e-mail, mentre se si vogliono includere soltanto alcuni siti e non altri la sintassi della prima linea sarà Autopost servizio1, servizio2, servizio3 (con i siti separati dalla virgola - ad esempio Autopost twitter, facebook, buzz).
Infine, per non farsi mancare proprio niente, Amplify funziona anche tramite l’apposito bookmarklet, l’add-on di Firefox e l’estensione di Google Chrome.
Mozilla Firefox, due miliardi di add-on scaricati in 5 anni
Due miliardi di download: è questa l’incredibile cifra di add-on raggiunta dal browser di casa Mozilla, che dal 2005 mette a disposizione dei naviganti la possibilità di espandere (in ogni direzione) le potenzialità del browser stesso con queste mini-funzionalità aggiuntive, grazie al lavoro gratuito di migliaia di programmatori sparsi in tutto il mondo che regalano il frutto del loro ingegno alla comunità di utenti.
Questa la linea di crescita nel tempo del numero di add-on scaricati: tre anni circa per raggiungere il primo miliardi di download, traguardo raggiunto nel novembre del 2008, poi un altro anno e mezzo per arrivare al raddoppio attuale.

Qualche merito, oltre agli sviluppatori, ce l’ha anche la stessa Mozilla che nel 2010 ha deciso di aprire l’utile Rock Your Firefox, un sito dove giorno dopo giorno vengono presentati e promossi gli add-on maggiormente utili alla navigazione oppure quelli per svolgere più velocemente le funzioni utilizzate con maggior frequenza. Per celebrare la ricorrenza, inoltre, è stato indetto un sondaggio per scoprire quali siano le funzionalità aggiuntive più apprezzate dagli utenti ed è stata creata una galleria dal titolo autoesplicativo “The Best of 2 Billion Firefox Add-ons“.
Quello che è chiaro, analizzando questi dati, è l’importanza sempre maggiore che sta assumendo la possibilità di personalizzare ad alto livello il proprio browser con modifiche che seguano i bisogni del singolo anziché avere a disposizione un blocco immodificabile al quale doversi adattare per forza: lo ha capito anche Google con Chrome, che non a caso dopo aver aggiunto le sue estensioni ha saputo conquistarsi - grazie anche al forte incentivo dato dalla velocità di base del browser – una crescente fetta di utenza web e non pare intenzionato a frenare qui la sua corsa.
Stati Uniti, Google Chrome mette la freccia e sorpassa Safari
La chiamano guerra dei browser, per indicare la lotta per la supremazia tra i diversi software che permettono ogni giorno di navigare su Internet, ma a ben vedere di guerra c’è molto poco: niente scontri frontali, nessuna invasione del territorio nemico, al massimo qualche scaramuccia legale (e poco altro) dettata dal regime di quasi monopolio che fino a non tanto tempo fa vedeva Internet Explorer assoluto dominatore della scena mondiale.
Da quei giorni molte cose sono cambiate e, anche se il browser di casa Microsoft continua a mantenere salda la vetta della classifica, pur mostrando evidenti crepe nel suo dominio che lasciano presagire qualche sorpresa in un futuro non così lontano, è nelle immediate retrovie della graduatoria che si sta muovendo qualcosa di più concreto e che si gioca la vera partita di domani.
Secondo le statistiche di StatCounter, infatti, che aggrega i dati di 3.6 miliardi di pageviews monitorate dalla sua rete di contatori sparsi su 3 milioni di blog e siti web, negli Stati Uniti (che possono vantare un campione d’analisi di 874 millioni di pagine) la scorsa settimana Google Chrome è diventato il terzo browser più usato mettendo la freccia e sorpassando – anche se di poco – Safari di Apple: basati sullo stesso motore WebKit, i due concorrenti stanno conducendo un appassionante testa-a-testa per la medaglia di bronzo che per ora vede il prodotto di Google prevalere leggermente al fotofinish con l’8,97% dell’utenza Internet presa in esame, contro l’8,88% del rivale di Cupertino. Ancora molto avanti i giganti di Microsoft e Mozilla Firefox, capaci di conquistare (con le loro diverse versioni) una quota del mercato a stelle e strisce pari rispettivamente al .
Si chiude così anche sul fronte nordamericano il sorpasso di Chrome sulla creatura di Steve Jobs, che già si è vista superare più nettamente in Europa e a livello internazionale, dove paga già 5 punti percentuali di ritardo: nel vecchio continente, poi, la battaglia è più aperta che mai dato che il dominio assoluto che fu di Bill Gates è incrinato dal pressing di Firefox, che ha limato il distacco sotto la doppia cifra percentuale costringendo Explorer a non poter più disporre della maggioranza assoluta dei navigatori. Chrome si mantiene stabile intorno al 9%, mentre Safari si fa staccare anche da Opera (al 4,4%) e si deve accontentare per ora del quinto posto con il suo attuale 3,8%.

Situazione simile anche in Italia, dove Explorer primeggia con il 54% ma deve fare i conti con un lento e tuttavia inesorabile declino: non gode più delle simpatie degli utenti della rete locale, non viene promosso sui social network, viene anzi spesso portato ad esempio negativo dai blogger di ogni tipo che gli preferiscono altri strumenti. Tipo Firefox, sostanzialmente stabile intorno al 30%, o Chrome, in lenta ma costante crescita e ora attestato sopra il 10%, mentre arranca Safari (poco più del 4%) e non è quasi prevenuto Opera, all’1%.
Seconda chanche per Google Wave: aperto a tutti, ma l’onda non convince ancora
Tanto buzz (con la minuscola) ma poca concretezza: così era affondato a suo tempo Google Wave, annunciato in pompa magna e lanciato dagli strateghi di Mountain View con l’intrigante modalità degli inviti limitati, che per giorni aveva fatto ribollire la blogosfera e i social network con la spasmodica ricerca dell’agognato pass d’ingresso alla nuova meraviglia partorita da zio G.
O, per meglio dire, presunta: perché poi, dopo aver passato brillantemente l’esame dell’hype, all’atto della prova pratica il nuovo servizio si è rivelato senz’anima, più fondato sull’effetto-novità che su un reale valore aggiunto per l’utente, e si è perso tra i problemi di eccessiva lentezza e la presunzione di voler diventare il sostitutivo unico di email, chat e social network.

Così, dopo il boom iniziale, pian piano il progetto è stato abbandonato anche dagli entusiasti della prima ora: per rilanciarlo Google ha pensato quindi di aprirlo a tutti mettendo da parte il sistema degli inviti e passando ad un approccio più aperto.
Con delle modifiche, naturalmente: è stata introdotta la galleria delle estensioni dove poter trovare add-on in stile Firefox o Chrome; ci sono i robots API v2 and the Active Robots API per una migliore integrazione dello strumento con sistemi esterni; è stato introdotto poi l’accesso anonimo in sola lettura per le Wave embedded, ovvero le Wave si potranno inserire in siti esterni (come i blog) per permettere ai propri lettori di leggere senza intervenire nella modifica della Wave stessa. Non solo: a livello meno tecnico ma più vicino all’esperienza dell’utente sono state aggiunte le notifiche email quando qualcosa viene modificato nella wave, un sistema di navigazione facilitato per le sole parti non ancora lette di ogni wave, la possibilità di rimuovere eventuali contatti aggiunti per errore.
Google stessa ammette il flop ma chiama a raccolta i suoi fan per dare una seconda chance a Wave:
If you tried Google Wave out a while ago, and found it not quite ready for real use, now is a good time to come back for a second try. Wave is much faster and much more stable than when we began the preview, and we have worked hard to make Wave easier to use
Per aiutare la rinascita di Wave ci si può appoggiare anche all’inventiva degli utenti: è disponibile infatti un’estensione Firefox che agisce da notifier, con un’icona sulla barra inferiore del browser Mozilla che segnala la presenza di nuovi messaggi in entrata sulle Wave a cui si sta partecipando; e non si può non citare anche Wavr, il plugin per WordPress che permette di inserire sul proprio blog una Wave in modalità embed con una semplice stringa di codice del tipo[wave id="XXXXXXXXX"].
Gmail, gli allegati drag&drop e la soddisfazione dell’utente
L’ultima novità di Gmail sembrerà ai più una cosa da poco, eppure fa capire quanta attenzione sia prestata da Google all’usabilità e ai dettagli che rendono più agevole l’esperienza dell’utente. Perché l’introduzione degli allegati inseribili all’interno dell’email non più solo tramite l’apposito uploader ma anche attraverso un semplice ma pratico drag&drop non è uno di quei cambiamenti rivoluzionari, che fanno fibrillare le prime pagine dei blog di tecnologia, eppure rappresenta (a volte quasi inconsciamente) l’ennesimo tassello di fidelizzazione dell’utilizzatore al servizio di Big G.
Con questa new entry la posta di Google consente un certo risparmio di tempo, soprattutto nel caso di più allegati da spedire contemporaneamente, e permette di evitare (ogni tanto succede) il blocco/malfunzionamento dell’uploader integrato o il vagare tra i file dell’hard disk per trovare la cartella esatta. Il drag&drop, precisa il blog ufficiale di Google, è garantito finora su Google Chrome e Mozilla Firefox 3.6 ma si sta lavorando per estendere la funzione agli altri browser.