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La Repubblica degli errori
Che sia un periodaccio per la stampa quotidiana italiana non è un mistero, come hanno anche certificato recentemente i dati di Ads (Accertamenti diffusione stampa) sul venduto effettivo nelle edicole e in abbonamento. Questo vale un po’ per tutti i giornali, compresi i grandi colossi come Corriere della Sera e Repubblica. Ecco, Repubblica.
Qualche settimana fa sono stato all’evento organizzato a Bologna, La Repubblica delle Idee, durante il quale è stata data la possibilità di partecipare ad alcuni workshop che illustravano il funzionamento di determinate parti della struttura editoriale, ad esempio quella relativa alla sezione web del quotidiano. Presenza 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, il tentativo di essere il più veloci ma precisi possibili (per battere la concorrenza ma allo stesso tempo garantire un certo livello di qualità) e altri proclami del genere.
Chissà se questo vale per tutte le redazioni locali. Tutto bello, almeno “sulla carta”, perché poi bisogna scontrarsi anche con la dura realtà. Forse sarà stato solo un disguido, o un omesso controllo, ma dalla prima mattina di lunedì 9 luglio è presente sull’edizione online del dorso di Parma un breve articolo - una dozzina di righe con foto - sui progetti futuri di Michele Pizzarotti, vicepresidente dell’omonima grande impresa parmigiana di costruzioni.
Se non l’ha ancora visto verrà di certo un colpo a feticista supremo di Pazzo per Repubblica sapendo cosa si combina dalle parti della Val d’Enza nel suo quotidiano preferito: in poche righe sono concentrati una serie di errori/orrori che fanno pensare, più che a un articolo pronto per la pubblicazione, a una bozza buttata giù al volo, un po’ di fretta, senza dubbio ancora tutta da ricontrollare.

(PS: l’articolo, a tutto mercoledì 11 luglio, risulta ancora online così come è stato pubblicato ormai 3 giorni fa – e non è la prima volta che accade una cosa del genere nella redazione del quotidiano di Largo Fochetti)
Da Ads arrivano i primi dati-shock sulle copie realmente vendute dai quotidiani cartacei italiani
La società Ads - Accertamento diffusione stampa ha diffuso, per la prima volta, i dati sulle copie effettivamente vendute (relativi al mese di maggio 2012) di quotidiani, settimanali e mensili italiani. Numeri shock per il settore editoriale, che certificano con impietosa evidenza la situazione di crisi della stampa cartacea in Italia.
L’associazione è stata sciolta lo scorso 30 marzo per essere ricostituita con lo stesso nome ma nella forma della società a responsabilità limitata. Finanziata dagli stessi editori che ne richiedono la certificazione, negli anni ha assunto il compito di rilevare e certificare i dati di diffusione e di tiratura della stampa quotidiana e periodica italiana.

Il nuovo soggetto, costituito da Fieg e Upa assieme ad altri portatori d’interesse (come Fcp, la Federazione delle concessionarie di pubblicità, Assocomunicazione e Unicom, l’Unione nazionale delle imprese di comunicazione), ha introdotto una sostanziale e importantissima modifica delle rilevazioni: le cifre relative al numero di copie diffuse saranno d’ora in poi rese pubbliche non più come medie mobili degli ultimi 12 mesi(riaggiornate mensilmente) ma con dati mensili aggiornati e puntuali, allo scopo di rendere sempre più trasparente la reale condizione di salute di ciascuna testata.
Al primo posto della “nuova” classifica compare allora il Corriere della Sera, il quotidiano più letto del paese, con una tiratura media dichiarata di 609.785 copie e una diffusione media a quota 474.395 copie. E’ però il dato sul totale pagato (la somma delle copie effettivamente vendute tra edicola e abbonamenti) quello che sorprende di più: appena 440.613 copie. Si tratta di “dati dichiarati dall’editore e pubblicati sotto sua responsabilità”, ci tiene a precisare una dicitura di Ads in testa alla tabella pubblicata sul suo sito web.
Repubblica, il quotidiano di Ezio Mauro, si deve invece accontentare della seconda posizione con una tiratura media di 509.141, copie, una diffusione media di 396.446 copie e un totale pagato di 357.797 copie, 82mila in meno degli storici rivali di via Solferino. Terzo posto, invece, per la Gazzetta dello Sport, nella sua edizione del lunedì, che può vantare una tiratura media di 491.172 copie, una diffusione media di 366.653 copie e un totale pagato di 340.762 copie (mentre nelle altre giornate la tiratura media si abbassa a quota 367.624 copie, la diffusione media a 261.250 copie e il totale pagato è di 100mila copie in meno, a quota 234.204).
Appena fuori dal podio Il Sole24Ore, al quarto posto con una tiratura media di 331.753 copie, una diffusione media di 262.360 copie e un totale pagato di 256.676 copie, mentre al quinto posto si fa spazio La Stampa grazie a una tiratura media di 350.297 copie, una diffusione media di 253.971 copie e un totale pagato di 248.535 copie.
Escluso Il Messaggero, in nona posizione con una tiratura media di 247.002 copie, una diffusione media di 176.800 copie e un totale pagato a quota 172.215 copie, il resto della top ten è appannaggio degli altri quotidiani sportivi nazionali: sesta l’edizione del lunedì del Corriere dello Sport-Stadio, settima la Rosea extra-lunedì, ottavo Tuttosport del lunedì (mentre l’edizione extra-lunedì scala in sedicesima posizione), decimo il Corriere dello Sport-Stadio extra-lunedì.
Il Resto del Carlino, undicesimo (tiratura media 183.714 copie, diffusione media 137.247 copie, totale pagato 134.412 copie) supera anche Il Giornale di Alessandro Sallusti, primo dei quotidiani cosiddetti “d’opinione” grazie a una tiratura media di 220.386 copie, una diffusione media di 129.689 copie e un totale pagato di 127.601 copie. Al tredicesimo posto si insedia l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, con una tiratura media di 160.649 copie, una diffusione media di 121.998 copie e un totale pagato a quota 120.487 copie.
Dopo la Nazione (gruppo QN), quattordicesima, si piazza l’altro quotidiano di area centrodestra, Libero. Il prodotto editoriale di Maurizio Belpietro dichiara una tiratura media di 166.282 copie, una diffusione media di 96.657 copie e un totale pagato di 94.585 che non gli consente di andare oltre il 15° posto in classifica. Detto di Tuttosport in posizione n°16, seguito dal Gazzettino, dal Mattino di Napoli e dal Tirreno, per trovare Il Fatto Quotidiano bisogna scorrere la lista fino alla posizione n° 20. Il giornale di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, infatti, dopo i fasti iniziali si sta stabilizzando su una tiratura media di 110.667 copie, una diffusione media di 56.380 copie e un totale pagato di 55.926 copie. Ancora peggio fa l’Unità: tiratura media di 97.468 copie, diffusione media di 35.906 copie e un totale pagato a quota 35.220 copie.
Nuovi guai per Reporter: secondo YouReporter il nome del progetto di citizen journalism di Repubblica è “troppo simile” al suo
Solo qualche giorno fa Repubblica aveva lanciato la sua nuova iniziativa di citizen journalism per potenziare la sua sezione video, denominata Repubblica Reporter: una nuova sezione del sito dedicata ai videomaker di tutta Italia con l’obiettivo di diventare “il primo grande esperimento di crowdsourcing giornalistico” in Italia.
Il progetto, aperto a chiunque abbia una storia da raccontare per immagini (inchieste, reportage, cronache di viaggio), si basa da una parte su appelli tematici periodicamente lanciati sul sito (le cosiddette call) e dall’altra su spunti proposti in autonomia dagli stessi videomaker, idee originali poi vagliate dalla redazione. I video, caricati previa registrazione sulla piattaforma di Repubblica, subiscono infatti una scrematura da parte della struttura Visual Desk del gruppo editoriale.

L’iniziativa, però, ha già trovato diversi ostacoli sulla sua strada: prima l’inconveniente delle “condizioni di servizio” pubblicate su Reporter, dove è inizialmente comparsa una dicitura standard che fissava a soli 5 euro la retribuzione minima per la cessione in esclusiva dei diritti dei video prodotti, tanto da costringere Repubblica a correre ai ripari con una rettifica a firma di Massimo Russo, responsabile dello sviluppo del prodotto della divisione digitale dell’Espresso; ora, invece, Reporter è finito in guai legali a causa proprio del suo nome.
YouReporter, la più nota piattaforma italiana di citizen journalism, nata nell’aprile del 2008, ha infatti deciso di passare alle vie legali a causa dell’eccessiva somiglianza nei nomi dei due progetti: “Dobbiamo prendere atto con rammarico e grande sorpresa – si legge in un comunicato diffuso da YouReporter – che Repubblica.it ha scelto di chiamare il suo sito di citizen journalism con un nome del tutto simile a YouReporter, cioè Reporter, creando così confusione negli utenti. Reporter potrà così avvantaggiarsi nei motori di ricerca e tra il pubblico beneficiando della notorierà di YouReporter e della sua community”.
Per questo YouReporter ha deciso di dare mandato all’avvocato Luca Bauccio – tra l’altro uno dei fondatori del sito – affinché chieda al tribunale di Roma un provvedimento urgente “che ponga fine alla dannosa confusione creata dal gruppo editoriale l’Espresso”.
A Repubblica, secondo YouReporter, “sono liberi di promuovere il citizen journalism ma senza creare un danno irreparabile a chi, come YouReporter, da anni promuove il giornalismo partecipativo. Ogni giorno sono migliaia le persone che inviano immagini alla piattaforma per raccontare e diffondere senza filtri e senza appartenenze il proprio punto di vista. Youreporter intende continuare a svolgere la propria missione di allargare le fonti di informazione e di conoscenza per un giornalismo indipendente, libero e al servizio degli utenti”.
Repubblica strizza l’occhio al citizen journalism con la nuova sezione Reporter
Repubblica strizza l’occhio al citizen journalism per potenziare la sua sezione video. L’idea del quotidiano di punta del gruppo L’Espresso è Repubblica Reporter, una nuova sezione del sito dedicata ai videomaker di tutta Italia, indipendentemente dall’eventuale qualifica di giornalista, che si propone di diventare “il primo grande esperimento di crowdsourcing giornalistico” in Italia.

Il progetto, coordinato dal giornalista Riccardo Staglianò e che potrà contare sulla collaborazione artistica del regista Paolo Sorrentino, è aperto a chiunque abbia una storia da raccontare per immagini (inchieste, reportage, cronache di viaggio) e voglia rispondere agli appelli tematici che periodicamente verranno lanciati sul sito (le cosiddette call) o proporre in autonomia idee originali che saranno poi vagliate dalla redazione.
I video, caricati previa registrazione sulla piattaforma di Repubblica, saranno scremati dalla struttura Visual Desk del gruppo editoriale e, per alcune call specifiche, qualora dovessero essere selezionati per la pubblicazione sul sito tematico consentiranno ai rispettivi autori di essere retribuiti per il lavoro svolto con cifre variabili a seconda del video richiesto. Al momento della pubblicazione dell’ingaggio verrà anche specificata la retribuzione fissata per la cessione dei diritti dell’opera, per dare modo ai videomaker di decidere se e come partecipare. I collaboratori più assidui e apprezzati, inoltre, entreranno a far parte di una speciale “classifica di popolarità”.
Tra i videomaker che manderanno la loro inchiesta entro l’11 maggio, infine, saranno scelte 20 persone che potranno partecipare gratuitamente a un corso avanzato di videogiornalismo – che dal 2012 avrà cadenza annuale – denominato Repubblica Academy: una decina di lezioni (in compresenza oppure online) nell’arco di 6 mesi con alcuni dei migliori professionisti del settore, sempre sotto la collaborazione artistica di Sorrentino.
La top 20 sarà stilata secondo criteri di merito e di distribuzione sul territorio nazionale, in modo da costituire per Repubblica “una sorta di rete informale di videocorrispondenti disseminati lungo la penisola e da attivare al bisogno”. A questi, al termine del corso, sarà richiesto di produrre una serie concordata di videoservizi retribuiti per il sito web Repubblica.it. L’idea, dunque, è quella di attrarre nell’orbita del quotidiano di Largo Fochetti alcuni tra i migliori videomaker del paese che possano realizzare – autonomamente oppure a supporto dei cronisti del giornale – le loro produzioni.
La novità ha scatenato in rete anche più di una polemica sui blog e sui social network poiché nelle condizioni di servizio pubblicate nella sezione di Reporter è comparsa una dicitura standard della piattaforma che fissava a soli 5 euro la retribuzione minima per la cessione in esclusiva dei diritti dei video prodotti. La portata del polverone sollevato è stata tale da costringere a intervenire con una rettifica Massimo Russo, responsabile dello sviluppo del prodotto della divisione digitale dell’Espresso:
La piattaforma tecnologica che gestisce il servizio Reporter è fornita a Repubblica da una società esterna che opera in numerosi paesi e con altri clienti. La dicitura che ha sollevato le polemiche è la seguente: “in caso di selezione del Filmato ed esercizio dell’opzione da parte della Società, la Società Le riconoscerà l’importo lordo minimo di Euro 5,00 (cinque/00) per ciascun Filmato che sarà stato selezionato dalla Società”. Si tratta di un importo minimo necessario in altri contesti, secondo i legali della società fornitrice, per giustificare comunque una procedura di acquisizione dei diritti. In realtà tale condizione non si è mai applicata in alcun modo ai video di Reporter raccolti da Repubblica. Già in fase di realizzazione del sito era stata notata l’incongruenza, che purtroppo per un errore è rimasta in linea anche quando la sezione è stata pubblicata sul web. Del resto, tuttavia, sul giornale di stamane la questione era riportata correttamente e si poteva leggere: “I video scelti saranno retribuiti secondo un tariffario definito di volta in volta a seconda del tipo di ingaggio”.
Diffusioni medie 2011, l’ecatombe dei quotidiani: Giornale -15,4% sul 2010, Gazzetta dello Sport -10,3%
2011 annus horribilis per la stampa italiana, soprattutto per quanto riguarda i quotidiani. A certificare il tracollo del settore, come se non bastassero le cronache oramai giornaliere sui rischi di chiusura di numerose testate nazionali, sono arrivati anche i dati ufficiali di dicembre di Ads (Accertamenti diffusioni stampa) che hanno reso dunque possibile il confronto rispetto al primo mese dell’anno per verificare lo scarto intervenuto nel periodo gennaio-dicembre 2011. Un bollettino di guerra che, in molti casi, ha mostrato flessioni a doppia cifra percentuale.

Partiamo dalle sorprese, che si contano davvero sulle dita di una mano: quali sono stati i giornali che hanno registrato un aumento nella diffusione media tra il 2010 e il 2011 (anche se veramente di poco)? Soltanto due: Libero, diretto da Maurizio Belpietro, cresciuto dello 0,6%, e Avvenire, il quotidiano cattolico, in crescita dello 0,4%. Regge sostanzialmente bene anche Il Sole24Ore, che ha accusato un calo minimo (-0,3%).
Ad eccezione di questi tre, però, la crisi è stata più o meno nera. Lo sanno bene dalle parti del Giornale: la testata diretta da Alessandro Sallusti è stata costretta a fare i conti con un calo vertiginoso, addirittura del 15,4%, con un’emorragia di lettori davvero impressionante (-28.266 copie). Non se la passa meglio la Gazzetta dello Sport, che ha visto precipitare la sua edizione del lunedì del 10,3% (39.171 copie di diffusione media in meno) mentre gli altri giorni la situazione è solo leggermente meno drammatica: -8,5% per 28mila copie diffuse in meno.
Tonfo pesante anche per Il Tempo di Mario Sechi, poco lontano da un crollo in doppia cifra (-9,7%), e per l’Unità di Claudio Sardo, alla guida di un giornale che è arretrato dell’8,6% in dodici mesi. Calo molto simile per Il Secolo XIX (-6,5%) e per il Manifesto, cui certo alla luce delle attuali difficoltà non fa bene sapere che nel corso del 2011 ha perso il 6,4% di quanto diffondeva un anno prima.
Se la Gazzetta soffre, però, non stanno molto meglio gli altri quotidiani sportivi: Corriere dello Sport-Stadio -5,5% al lunedì e -2,6 negli altri giorni, Tuttosport -4,4% per l’edizione settimanale e poco meno (-4,3%) per quella del lunedì.
Gli altri grandi giornali nazionali, invece, arretrano ma un po’ meno pesantemente: se Il Fatto Quotidiano ha lasciato sul campo il 3,3% in un anno, infatti, la triade Corriere-Repubblica-Stampa ha accusato una flessione tutto sommato piuttosto contenuta: il Corriere della Sera dell’1,5%, il giornale di Torino del 2,2% mentre il quotidiano di Ezio Mauro del 2,3%.
Repubblica Tricolore
Ultimo (involontario?) omaggio di Repubblica al 150° anniversario dell’unità d’Italia, che chiuderà ufficialmente le celebrazioni sabato 17 marzo. Nell’edizione di giovedì 15 marzo, infatti, i grafici del quotidiano diretto da Ezio Mauro hanno composto un curioso accostamento di colori a fondo pagina utilizzando le pubblicità di Zagor (verde) e di “Dinastie d’Italia” (rossa) per accerchiare il trittico centrale bianco composto dall’intervista di Antonello Caporale, dal richiamo sportivo di Chelsea-Napoli e dal pezzo di Marco Lodoli sull’ita(g)liano nelle scuole.

Amaca shock
Grande Amaca di Michele Serra su Repubblica di giovedì 15 marzo sul rapporto tra notizie e giornalismo sensazionalistico, “come se l’opinione pubblica fosse sordastra e solo l’urlaccio nelle orecchie potesse attirare la sua attenzione“.

“Sono i media grossolani a costruire un pubblico superficiale. L’alibi, poi, è accusare il pubblico di essere superficiale“.
(ritaglio via PazzoperRepubblica)