Archive for luglio, 2011
Sempre meno carta in Italia: copie a picco per tutti i quotidiani italiani, profondo rosso per l’Unità
I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) di aprile certificano quello che è ormai universalmente chiaro: l’editoria, specie quella italiana, è in crisi nera. Tutti i quotidiani più importanti, infatti, registrano una vera e propria emorragia di copie diffuse rispetto al 2010, anno che già non era stato dei più rosei per la stampa nazionale. Lo stato di sofferenza è generalizzato: a parte l’Avvenire che cresce dello 0,6% e il Fatto Quotidiano, che sale fino a sfiorare le 70mila copie (segnando un incredibile +18%), il resto sembra più che altro un bollettino di guerra.

Tra i giornali più venduti accusano pesanti flessioni sia il Corriere della Sera, passato in 12 mesi da 507mila a 490mila copie con una perdita del 3.4%, che Repubblica, in calo del 4.4% dalle 466mila copie del 2010 alle odierne 445mila. Male anche la Gazzetta dello Sport, che soffre un calo del 4,8%. Non se la passano meglio né il Sole 24 Ore, alle prese con l’ennesimo ribasso – stavolta del 3.5% – da 275mila a 265mila copie, né tanto meno la Stampa, che registra un crollo del 6.3% che vale quasi 20mila copie in meno, dalle precedenti 293mila alle attuali 275mila.
Se Libero, quanto meno, può vantare il calo più contenuto del settore, passando da 110mila a 107mila copie diffuse con un -2,8%, non si può dire lo stesso del Giornale, che pure limita le perdite a -4.2% passando però dalle 187mila di aprile 2010 alle attuali 179mila. Profondo rosso, invece, per la fase finale dell’Unità di Concita De Gregorio, che agli sgoccioli ormai della sua conduzione ha visto il quotidiano di Gramsci perdere ben 10mila copie anno su anno passando dalle precedenti 52mila alle deludenti 42mila di tre mesi fa, con un maxiribasso del 18,1% che ha probabilmente segnato l’inizio della fine per il regno dell’ex firma di Repubblica. Male anche il Manifesto, da mesi in crisi economica, che paga pure in edicola l’incertezza del suo futuro editoriale: le 3 mila copie perse in 12 mesi, da 21mila a 18mila, gli valgono un -11.5% che risulta essere il peggior risultato percentuale del settore.
Videocracy
Questa volta non c’entra nulla Berlusconi con le sue reti tv, ma piuttosto i siti di condivisione di video sul web: secondo una ricerca di Pew Research Center condotta tra fine aprile e fine maggio tra 2,277 internauti maggiorenni (margine di errore di +/- 3.7%), infatti, il 71% degli americani online utilizzano siti come YouTube o Vimeo e sono in aumento del 5% rispetto alla quota del 66% registrata lo scorso anno da una simile indagine.

Non solo: lo stesso trend di crescita si verifica anche tra chi ammette di visitare almeno uno di questi spazi digitali in un giorno tipico di navigazione in rete, dal 23% del 2010 all’attuale 28%. Insomma, più di un americano su 4 si sofferma abitualmente a curiosare tra i video del momento o a rivedere qualche filmato del passato più o meno recente.
Il tutto, naturalmente, è fortemente influenzato dalla rapida crescita dell’accesso a banda larga e soprattutto in mobilità: smartphone e tablet hanno radicalmente cambiato le modalità di connessione anche fuori casa, con la conseguenza di permettere a qualunque possessore di uno degli ultimi gadget tecnologici – ormai per altro sempre più a buon mercato – di indugiare sulle pagine dei colossi del videosharing mondiale.
Questo, come si è notato negli ultimi tempi, ha avuto ripercussioni anche sui mass media tradizionalmente più legati a un approccio testuale, che puntano invece ora sempre più spesso sull’informazione video come supporto (e in certi casi anche come sostitutivo) della tradizionale comunicazione in forma solo scritta – o al limite fotografica – delle news del giorno. Lo dimostrano le videorubriche degli editorialisti, le sezioni con le clip più cliccate del web, le videoinchieste, le dirette streaming, fino alle ipotesi di vere e proprie web-tv con un palinsesto studiato su misura.
Terremoti da prima pagina (ma senza la notizia)
Per chi osserva regolarmente le prime pagine di Libero e il Giornale non è un mistero che il box centrale, da qualche mese, sia diventato il posto preferito dai rispettivi direttori (da una parte Maurizio Belpietro, dall’altra un tempo Vittorio Feltri e ora Alessandro Sallusti) per le proprie campagne di delegittimazione di avversari veri o presunti del centrodestra in ambito politico, giornalistico, economico o culturale.
Non stupisce dunque, se non nella pochezza delle argomentazioni, l’ampio spazio dedicato dai due quotidiani nell’edizione di martedì 26 luglio all’episodio occorso al giornalista del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, sorpreso dal terremoto che ha fatto tremare il Piemonte e la Val D’Aosta proprio mentre andava in onda (in diretta streaming sul web) il suo appuntamento fisso del lunedì pomeriggio, l’ormai celebre “Passaparola” rilanciato dal blog di Beppe Grillo e – fino a qualche settimana fa – dal canale satellitare Current Tv.

Colto di sorpresa dal sisma, infatti, il giornalista – che si autoproduce dallo studio della sua abitazione torinese – si alza di scatto non appena si accorge di quel che sta accadendo intorno a lui, dopo aver osservato la pila di libri visibilmente tremolante in primo piano; soltanto che, dato l’abbigliamento piuttosto informale e la diretta web, l’occhio indiscreto della telecamera inquadra e manda in onda anche quel che di solito lo spettatore non vede, ovvero la parte di sotto dell’improvvisato mezzobusto internettiano.
Rilevanza e notiziabilità del fatto, ovviamente, sono prossime allo zero se non per qualche secondo di divertimento che può essere dato dal vedere un giornalista solitamente dall’aspetto impeccabile colto alla sprovvista da un evento imprevedibile e mostrato nella sua sconosciuta quotidianità casalinga. Della scossa vera e propria (4,3 gradi della scala Richter) sia Libero che il Giornale non dicono nulla.
Stesso titolo, praticamente stessa immagine. Giornalismo da tabloid: ma l’occasione era evidentemente troppo ghiotta per mettere alla berlina, per l’ennesima volta, l’odiato editorialista del Fatto Quotidiano, vittima da anni di attacchi da una parte e dall’altra (Filippo Facci docet). La guerra dei giornali, anziché la guerra delle (per le) notizie.
Con Libero il buonismo non paga
No, nessun fotomontaggio. Queste due copertine di Libero sono vere, così come sono uscite in edicola. Nella prima, datata sabato 23 luglio, all’indomani del tragico massacro di Oslo, la fascia appena sotto il titolo recita “Con l’Islam il buonismo non paga“. Quella a sinistra, invece, riproduce la prima pagina del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro di domenica 24 luglio, a 48 ore dalla strage: “Ha ucciso 100 norvegesi perché odia gli islamici“. Una bella differenza, no?

Scuse ai lettori e ai detrattori per il clamoroso abbaglio? Nemmeno per sogno: “Abbiamo scritto che la responsabilità della tragedia del Nord Europa ricadeva sui fanatici di Allah perché tutto lo faceva pensare“, scrive il direttore nell’editoriale odierno, e “abbiamo offerto una lettura sbagliata, ma con qualche ragione“.
Peccato che già alcuni lanci di agenzia, prima delle 20 di venerdì sera – dunque abbondantemente entro il limite massimo di “chiusura” dell’edizione di qualsiasi quotidiano cartaceo -, mettessero in discussione la matrice islamica della carneficina, riducendola al rango di una semplice ipotesi iniziale.
Non un dietrofront definitivo, certo, ma da inserire nel contesto di una ancora confusa ricostruzione nelle prime ore post-attentato; insomma, però, se non altro quanto bastava per permettere alle redazioni di correggere il tiro per tempo e farsi venire almeno qualche dubbio, a meno di non voler proseguire imperterriti sulla strada di una tesi precostituita da dimostrare a ogni costo. E nei confronti di Libero, a quanto pare, in certi casi il buonismo davvero non paga.
Belpietro indagato a Milano per offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato
La vignetta appariva da subito parecchio in malafede per i motivi (di orientamento politico e non certo d’opinione) che ho già spiegato, ma che si arrivasse addirittura in tribunale non era pensabile: eppure la procura di Milano ha avviato un’indagine nei confronti del direttore di Libero, Maurizio Belpietro, per il reato di offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato (previsto dall’articolo 378 del codice penale e passibile di una condanna compresa tra uno e cinque anni di reclusione) in seguito alla pubblicazione di un’illustrazione del vignettista Benny nell’edizione di martedì 19 luglio che ritraeva il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (assieme al presidente della Camera Gianfranco Fini, al segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani e al ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli) sotto il grande titolo “Assedio ai papponi di Stato”.

La richiesta di autorizzazione a procedere della procura milanese dovrà prima passare al vaglio del ministero della giustizia. Nessun reato, invece, è stato ravvisato sul correlato articolo di Franco Bechis né per quanto riguarda l’editoriale di Belpietro. Il diretto interessato, naturalmente, non si è fatto sfuggire l’occasione di sguazzarci dentro a dovere e ha già indossato sia la veste stracciata da vittima del sistema che la frase di rito: “Diritto di satira a targhe alterne“, si legge infatti nell’apertura attuale del sito web di via Majno.
“E’ la stampa, bellezza”: a fine luglio va online il talk show in diretta streaming del Fatto Quotidiano
Se anche la televisione in estate va in ferie, con il palinsesto asfissiato da una valanga di repliche e il letargo di quasi tutte le trasmissioni di approfondimento di rilievo, quest’anno a mettere una pezza (per quanto piccola) alla situazione ci prova il Fatto Quotidiano: lo fa con “E’ la stampa, bellezza”, citazione della celebre battuta di Humprey Bogart nel film del 1952 “L’ultima minaccia” ma ora anche il titolo del talk-show in diretta streaming che il giornale biancorosso sta per far decollare.
Il format, che prevede otto puntate di un’ora – dalle 22.30 alle 23.30 – con analisi e dibattiti su temi di attualità politica, economica e giudiziaria, andrà in onda sul sito del Fatto a partire da mercoledì 20 luglio ogni lunedì, mercoledì e venerdì fino al 5 agosto.
In studio, allestito in redazione, si alterneranno le firme storiche del quotidiano come il direttore Antonio Padellaro e i giornalisti di punta come Marco Travaglio, Peter Gomez, Luca Telese Marco Lillo, affiancati di volta in volta dai protagonisti della politica, della cultura, dei media, delle istituzioni e della società civile. Durante i 60 minuti di programma spazio naturalmente anche alle anticipazioni del giornale del giorno dopo e alle domande dei lettori, che potranno intervenire interattivamente tramite i commenti del sito o i contatti sugli account sociali di Facebook e Twitter.
Libero, l’anti-casta con l’Alzheimer
In questi giorni in cui tiene banco la vicenda di SpiderTruman, il sedicente ex precario di Montecitorio licenziato dalla Camera dei Deputati dopo 15 anni di traballante carriera che afferma di voler scoperchiare – forse per vendetta dopo essere stato scaricato dal Palazzo – il sistema di abusi e truffe ai danni dei cittadini messo in piedi dalla cosiddetta “casta” dei parlamentari italiani, il sentimento di antipolitica e di rivolta degli indignados tricolori sembra toccare uno dei punti più alti di sempre.
Il treno dell’indignazione a buon mercato pare aver contagiato anche i maggiori quotidiani italiani, che all’improvviso hanno (ri)scoperto il tema dei privilegi fuori scala della politica romana e hanno cominciato a sfidarsi a colpi di titoloni e inchieste “esclusive” (!) sullo spreco di risorse del sistema partitico della capitale. Con qualche dimenticanza di troppo: ad esempio su Libero di martedì 19 luglio, la cui edizione cartacea si apre con un pomposo “Assedio ai papponi di Stato“, la tradizionale illustrazione di Benny mette nel mirino 4 personaggi di spicco della politica italiana intenti a spartirsi metaforicamente una pizza a forma di penisola.

Non sono, naturalmente, quattro raffigurazioni casuali. Le caricature, infatti, rappresentano il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani e il ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli, uno degli uomini più in vista della Lega Nord. Strano che l’accusa punti il dito proprio su chi, in questa specifico frangente, ha meno potere (politicamente parlando) di cambiare le cose.
Non manca “qualcuno”? Guarda caso l’unico rappresentante stilizzato del governo è un esponente del Carroccio, l’alleato storico del Pdl che ultimamente ha accusato più di un mal di pancia nei confronti del partito di maggioranza – vedi alle voci autorizzazione all’arresto del deputato Alfonso Papa, manovra economica, ministeri al nord; mentre non compare alcun membro del partito di riferimento del quotidiano di Belpietro, la cui redazione pare essere stata colpita da un improvviso attacco di Alzheimer.
In effetti però, proprio al centro del tavolo, tra Fini e Calderoli, sembra esserci giusto lo spazio per un altro posto a tavola.