Sofri, quello anziano

Riflessioni, Segnalazioni — By Kobayashi on marzo 9, 2010 at 09:25

Ci sono blogger che parlano da una vita di uno stesso argomento, o mantengono lo stesso stile comunicativo o lo stesso formato di espressione da quando hai cominciato a seguirli. E tu, per mesi e mesi, li leggi senza farti vedere e pian piano cominci a farti un’idea sommaria di chi sono, di cosa pensano, di come scrivono, e magari ti crei anche un’immagine della loro persona – positiva o negativa che sia, o per meglio dire vicina o lontana al tuo proprio modo di essere – pur non avendoli mai conosciuti davvero.

Poi una volta ecco che all’improvviso arriva il post che non t’aspetti, che ti spiazza perché cambia completamente argomento e prospettiva e in qualche modo ti rivela un lato nascosto della loro umanità, e intravedi per un momento la persona che sta dietro lo schermo, lontana anni luce dalle polemiche che la sua popolarità può aver suscitato in passati più o meno recenti, e ti appare per quello che ogni blogger in fondo è davvero: una persona, appunto. E questa è una di quelle volte.

Il carcere dei parenti è un carcere a parte. Una terra di nessuno, una via di mezzo tra il fuori e il dentro. Niente che possa essere paragonato alla disumanità del carcere dei detenuti, niente che possa essere paragonato con l’umanità della vita fuori. Un giro sulle montagne russe: dura poco, ti stravolge e ti rimette coi piedi per terra e la sensazione di avere sognato. Ma poi ti abitui.

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